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Valencia - 29.06.2007

Art Attack - La fotografia nautica raccontata da un maestro dell'obiettivo

Una frazione di secondo: è quello che fa la differenza tra un bravo fotografo di yachting e uno mediocre o scadente, come ci spiega Carlo Borlenghi, il veterano dei fotografi di marina e di vela, ‘occhio’ ufficiale della 32ma America’s Cup.

"Siamo tutti alla stessa boa, a guardare la stessa barca che arriva nello stesso momento e nella stessa posizione. Alla fine, però, qualcuno riuscirà a cogliere, in una frazione di secondo, qualcosa in più degli altri."

Carlo Borlenghi
Nato a Bellano e cresciuto sul Lago di Como, Carlo studia ingegneria idraulica e comincia a scattare foto per hobby; le vende agli armatori solo per raggranellare qualche ‘lira’ extra per il sabato sera milanese... Poi le foto cominciano a girare, gli scatti piacciono, partono i servizi su commissione, arrivano gli sponsor... inizia così la carriera di uno dei maestri della fotografia nautica dei nostri tempi, che non ha mai smesso di studiare, di cercare nuovi soggetti, nuovi tagli, nuove idee e che, soprattutto, non ha mai smesso di entusiasmarsi e di emozionare.
 
Oltre a collaborare con le migliori riviste del mondo, e a gestire un’importante agenzia fotografica, Carlo segue le più prestigiose regate internazionali. All’America’s Cup arriva nel 1983 con la prima sfida italiana, quella di Azzurra. Da allora, non ne perde una, sempre a seguito dei team tricolore: Italia (1987), Moro di Venezia (1992), Luna Rossa (2000, 2003) (segue l’edizione del 1995 anche se non partecipano imbarcazioni italiane).
 
Dopo tanti anni di Coppa a fianco di un team, per la 32ma edizione sceglie di vedere come funziona la macchina organizzativa e diventa fotografo ufficiale per AC Management (società organizzatrice della 32ma America’s Cup).
 
Qual è la principale differenza tra il lavoro nel team e nell’organizzazione?
Quando sei il fotografo di un team, c’è maggiore partecipazione e certamente il lato umano gioca un ruolo fondamentale: condividi con il team gioie e dolori, anche se devi mantenere il distacco necessario per poter fare delle belle foto nei momenti più toccanti. Devi saper essere freddo... Quando lavori per l’organizzazione, invece, ti manca la partecipazione emotiva ma dall’altro lato hai la visione d’insieme, sei più libero di esprimerti e hai un ventaglio di scelta enorme.
 
Com’è cambiato il lavoro del fotografo con l’era digitale?
Il lavoro è cambiato moltissimo. L’era digitale premia la quantità rispetto alla qualità. Durante le regate della 32ma Coppa scattiamo complessivamente (tra me e i miei assistenti) 1.200 foto; impossibile lavorarle tutte con cura. E questo vale per tutti i fotografi: i siti, i quotidiani via internet vanno veloci e vogliono le immagini immediatamente...
 
La foto digitale perdona tutto?
Perdona tanto. Prima eri molto più conservativo perché non potevi permetterti di sbagliare e di sprecare rullini, adesso, puoi fare quello che vuoi. Prima della digitale, 20 anni fa, scattavo 20, 10 rullini al giorno. Oggi posso permettermi di utilizzare solo 200 foto su 1200 scatti...
 
Con la fotografia digitale si risparmia denaro?
No, costa di più perché un fotografo professionista è chiamato ad avere sempre il meglio e ad essere sempre aggiornato, quindi bisogna comprare le ultime novità, avere sempre le schede più grandi di memoria ecc.
 
Bianco e nero o colore?
Il B/N non esiste più. Lo uso solo per mio diletto, per fare dei calendari, per creare qualcosa nei momenti liberi...
 
L’era digitale ha reso tutti bravi?
Certamente le nuove macchine sono quasi perfette e correggono da sole gli errori, ma la bravura viene sempre fuori: siamo tutti alla stessa boa, a guardare la stessa barca che arriva nello stesso momento e nella stessa posizione. Alla fine, però, qualcuno riuscirà a cogliere, in una frazione di secondo, qualcosa in più degli altri, la luce giusta, il taglio perfetto, l’angolazione migliore. E farà la differenza.
 
È vero che non sai nuotare?
Verissimo, cerco di stare attento. Se non sai nuotare stai sempre ‘in campana’ e mantieni la giusta distanza e il giusto rispetto nei confronti del mare...
 
Sei mai stato in situazioni di pericolo?
No, ma mi è capitato di passare due giorni su Club Med (il catamarano con cui nel 2001 Grant Dalton vinse The Race) e veramente non vedevo l’ora di scendere: una follia, sembrava di vivere dentro una lavatrice, a velocità pazzesche senza potersi lavare, mangiando schifezze. Lì mi sono detto: ma perchè lo fanno...?
 
Hai inventato un macchina fotografica che, a pelo d’acqua, fa delle riprese particolari creando l’effetto onda...
Non potendo usare la macchina subacquea dovevo inventarmi qualcosa... In alcune regate non c’è un filo d’aria ma gli sponsor vogliono il reportage lo stesso e lo vogliono bello. L’unica possibilità è creare degli effetti speciali, delle foto artistiche....
 
Hai sempre giovani assistenti che in qualche misura ti cresci...
Qualcuno diventa un talento, qualcun altro no... ma è vero, i ragazzi fanno parte della mia famiglia. Mi piace confrontarmi con loro, sono il mio punto di contatto con una fascia di età che, non avendo figli, mi è difficile monitorare. Attraverso loro scopro che cosa amano i giovanissimi, come vedono il mondo, che cosa chiede il mercato. Studio anche molto i videoclip musicali, le riviste di moda: offrono dei tagli e degli spunti interessantissimi, basta solo saperli traslare nella fotografia...
 
Una volta l’anno, poi, faccio una sorta di ‘brain storming’ con i ragazzi: prendo un certo numero di foto e le distribuisco, con l’input di modificarle liberamente: alla fine viene sempre fuori qualcosa di nuovo e interessante su cui lavorare per il futuro.
 
Com’è la nuova generazione di fotografi?
È  molto più energica rispetto alla precedente, perché copia di meno e osa di più... i giovani di oggi rischiano, hanno un’attenzione ai dettagli incredibile e vedono le cose con un occhio nuovo, proiettato in avanti, verso il futuro. Mi aspetto grandi cose da loro...
 
Bianca Ascenti/Javier Sobrino




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